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Analisi del Decreto Ministeriale del 2 Febbraio 2018 del MEF

Con il comunicato Stampa n° 22 del 2 febbraio 2018, il Dipartimento del Tesoro del Ministero dell’Economia e delle Finanze ha annunciato l’avvio di una consultazione pubblica sullo schema di decreto ministeriale di cui all’articolo 17-bis, comma 8-ter del decreto legislativo 13 agosto 2010, n. 141, con l’obiettivo dichiarato di «acquisire informazioni in ordine alla dimensione e all’operatività del mercato dei servizi relativi all’utilizzo di valuta virtuale».

L’emanazione di tale decreto ministeriale è stata autorizzata dall’art. 8 del D.Lgs. 25 maggio 2017, n. 90, attuazione della IV Direttiva antiriciclaggio (dir. 2005/60/CE) stabilendo che «con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze sono stabilite le modalità e la tempistica con cui i prestatori di servizi relativi all’utilizzo di valuta virtuale sono tenuti a comunicare al Ministero dell’economia e delle finanze la propria operatività sul territorio nazionale».

L’iniziativa mira a realizzare una prima rilevazione sistematica del fenomeno, a partire dalla consistenza numerica degli operatori del settore che, a regime, dovranno ad iscriversi in uno speciale registro tenuto dall’OAM, l’Organismo degli Agenti e dei Mediatori, per poter esercitare la loro attività sul territorio nazionale.

 La definizione di “prestatori di servizi relativi all’utilizzo di valuta virtuale” è stata introdotta dallo stesso D.Lgs. n. 90/2017, che, modificando l’articolo 1, comma 2, lettera ff), del D.Lgs. 21 novembre 2007, n. 231, prevede che vi rientri «ogni persona fisica o giuridica che fornisce a terzi, a titolo professionale, servizi funzionali all’utilizzo, allo scambio, alla conservazione di valuta virtuale e alla loro conversione da ovvero in valute aventi corso legale».

 

 

Lo schema di decreto in consultazione all’art. 2, 2° comma, ultimo periodo, tuttavia, estende l’applicabilità del medesimo anche a «gli operatori commerciali che accettano valuta virtuale quale corrispettivo di qualsivoglia prestazione avente ad oggetto beni, servizi o altre utilità», e ciò nonostante tali soggetti originariamente non rientrassero nell’ambito della normativa in esame.

L’Italia, mediante il citato D.Lgs. n. 90/2017, con anticipo rispetto agli obblighi dell’implementazione mediante misure nazionali di recepimento, ha di fatto precorso l’adozione della V Direttiva antiriciclaggio, tutt’ora in via di emanazione, recependo parzialmente le indicazioni fornite dalla Commissione nella Proposta di modifica della IV Direttiva antiriciclaggio [COM(2016) 450 final], nella parte in cui estende agli piattaforme di cambio (exchange) e ai prestatori di servizi di portafoglio digitale (custodian wallet providers – CWD) lo status di soggetti obbligati.

Lo schema di decreto ministeriale in consultazione supera quest’impostazione estendendo anche agli operatori commerciali che accettano le valute virtuali come mezzo di scambio per beni, servizi o altre utilità l’obbligo di iscrizione nel Registro OAM. La bozza di norma pubblicata in consultazione dà adito a perplessità in punto di legittimità e proporzionalità dell’intervento normativo, snaturando e contraddicendo irrimediabilmente i presupposti della citata Proposta di Direttiva.

Infatti, quest’ultima effettua un’attenta ponderazione degli interessi in gioco, anche «dal punto di vista del diritto alla vita privata e alla protezione dei dati personali» e «della necessità di rispettare la libertà d’impresa», affermando esplicitamente che «per quanto riguarda la definizione come soggetti obbligati dei prestatori di servizi di cambio tra valute virtuali e valute legali, le modifiche proposte rispettano il principio di proporzionalità». L’estensione degli obblighi antiriciclaggio già previsti per i cambiavalute tradizionali agli exchange e ai CWD, considerati come soggetti «che controllano l’accesso alle valute virtuali», è prevista al fine di consentire il monitoraggio, da parte delle autorità competenti delle operazioni sospette, purtuttavia «preservando nel contempo i progressi innovativi offerti da tali valute».

 

 

La citata Proposta di Direttiva motiva la scelta regolatoria di estendere ai soli exchange e CWD gli obblighi AML con l’obiettivo di «concede[re] più tempo per valutare le opzioni per quanto riguarda un sistema volontario di autoidentificazione degli utenti di valute virtuali». Inoltre, come emerge dal Report della Commissione sulla valutazione dei rischi di riciclaggio e finanziamento del terrorismo nel mercato interno del 26 giugno 2017, il pericolo di riciclaggio collegato all’utilizzo di valute virtuali è moderatamente significativo (livello 2), a causa della necessità di competenze tecniche nell’utilizzo delle stesse e soprattutto dell’elevata volatilità[1] che rende maggiormente conveniente, secondo il Report citato, l’utilizzo di moneta elettronica appartenente al sistema tradizionale.

Adottando il Decreto Ministeriale così come sottoposto nella consultazione pubblica, il Ministero non solo andrebbe oltre lo scopo della norma autorizzativa, ma contraddirebbe anche la ratio della Proposta di Direttiva, la quale prevede che «la misura proposta non ha effetti negativi sui vantaggi e sui progressi tecnologici della tecnologia di registro distribuito (distributed ledger technology) che è alla base delle valute virtuali». L’inevitabile disincentivo all’utilizzo delle valute virtuali da parte degli operatori commerciali, che, secondo un’interpretazione restrittiva della norma, si troverebbero a dover richiedere un titolo autorizzativo per esercitare la propria attività, peraltro in contrasto con gli articoli 3 e 41 della Costituzione, avrebbe quale conseguenza quella di compromettere l’innovazione nel settore dei pagamenti e, conseguentemente, di frenare la ricerca e lo sviluppo di soluzioni tecnologiche in tale ambito, minando in radice lo sviluppo e la diffusione del fenomeno.

L’irragionevolezza e l’autolesionismo della promulgazione del D.M. nella versione in consultazione è evidente se si considera che il settore delle valute virtuali da tempo attrae investimenti e crea opportunità imprenditoriali, tanto che la Commissione UE, il 1° febbraio u.s., ha inaugurato l’Osservatorio e forum sulla blockchain, che si occuperà di evidenziare gli sviluppi più importanti di tale tecnologia, di promuoverne i protagonisti europei e di rafforzare l’impegno assunto a livello europeo con i diversi soggetti interessati coinvolti nel settore della blockchain. Inoltre, attraverso il settimo programma quadro per la ricerca (7°PQ) e il programma Horizon 2020 dell’Unione europea, da qui al 2020 la Commissione ha annunciato che finanzierà progetti in grado di sfruttare le tecnologie blockchain fino a un massimo di 340 milioni di euro.

Avv. Niccolò TRAVIA

 

 

[1] «According to LEAs (le autorità antiriciclaggio), the amounts of money laundered via virtual currencies are quite low, which tends to demonstrate that criminals’ intent to use them is rather limited because this modus operandi is not considered as attractive enough (in particular because of the volatility of the virtual currencies’ market). From a technical point, virtual currencies present some commonalities with e-money but the IT expertise at stake for virtual currencies means that organised crime would have lower capability to use them than e-money which is more widely accepted».

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