Le criptovalute e il rapporto con le banche



 

A meno che non abbiate passato gli ultimi sei mesi sotto ad un sasso, sicuramente avrete sentito parlare delle criptovalute. A partire da Draghi fino al Ministero della Finanza, ormai tutte le istituzioni tradizionali ne hanno tratteggiato i lati positivi e negativi. Ma perché sono nate?

Origine delle criptovalute

Bitcoin, il pioniere di tutte le valute digitali e di tutte le blockchain, è il frutto dello zelo di un movimento socio-filosofico sviluppatosi a cavallo degli anni 90. Esso poneva come pilastri fondamentali del proprio credo la libertà dei privati, la sicurezza, l’anonimato e l’indipendenza da terze parti. Questo movimento viene ricordato con l’appellativo cypherpunks.

Le matrici più estremi del collettivo sono frutto di un pensiero che discende dalle convinzioni dei maestri della scuola austriaca come Von Hayek, Von Mises e via dicendo: l’anarco-capitalismo. Questa filosofia pone come assunzione inderogabile la totale autonomia dei privati nei mercati e si schiera aspramente contro il sistema economico tradizionale basato sulla dittatura bancaria.

Infatti, i libertari più puristi vedono nelle banche il male assoluto; questo è dovuto soprattutto all’ingiustificata percezione delle rendite di signoraggio e alla concezione del sistema economico come di un circolo lento (a basso turn over) basato sul debito.

 

Assodato che le criptovalute, intese come protocolli digitali per scambiarsi del valore senza il bisogno di terze parti fidate, sono nate come prodotti antagonisti alle Banche Centrali, cosa succederà ora che la finanza tradizionale e le grandi banche stanno entrando nel criptomercato? E ancora, quali sono i rapporti tra le banche e le criptovalute, qual è la loro posizione in merito?

 

Bank of America

La Bank of America con la sua enorme quantità di depositi è la più grande banca commerciale al mondo. Nonostante la sua grandezza, la BoA non è riuscita a rimanere indifferente al crescente interesse sociale nei confronti delle valute digitali. In accordo con quanto riportato dalla CNBC, la grande banca americana ha dichiarato che le criptovalute sono una minaccia reale per il business bancario.

 

La minaccia è percepita su tre differenti livelli:

 

  • Finanziario-speculativo: A causa della crescente adozione delle monete virtuali le banche rischierebbero di essere tagliate fuori dai mercati finanziari. Infatti, i grandi clienti delle banche hanno mostrato un pressante interesse verso investimenti in crypto; purtroppo però la maggior parte delle banche non tratta i prodotti di questo mercato, considerandoli rischiosi e troppo volatili. Secondo la BoA questa posizione sta spingendo i clienti a scegliere nuovi trader per la gestione dei portafogli intaccando negativamente i guadagni della banca e levandole liquidità.

 

  • Manageriale: Sempre in accordo con le dichiarazioni della Bank of America, i nuovi modelli di business che stanno nascendo grazie alla Blockchain costringeranno il sistema bancario ad attarsi, purtroppo però l’adattamento obbligherà inevitabilmente le banche ad un eccessivo esborso di capitali. (I problemi di adattamento al mercato non provengono solo dalle criptovalute ma da tutte le nuove tecnologie cashless e smart NdR)

 

 

  • Monetario: se l’emissione della moneta non sarà più prerogativa istituzionale sia le banche che i governi perderanno la rendita di signoraggio e non potranno esercitare un controllo sui capitali transati.

 

Possiamo affermare che le preoccupazioni della Bank of America siano fondate, e se con il prolificare delle ICOs e di piattaforme di loaning P2P come ETHlend.io si vedranno espropriare anche il ruolo di finanziatori, cosa succederà?



 

La “concorrenza sleale” delle banche

Sempre all’interno dell’intricato gomitolo dei legami del settore bancario e della finanza tradizionale con il mercato delle criptovalute, vi sono ulteriori analisi da fare attinenti per lo più ai semplici interessi economici degli operatori bancari.

 

Le fasi di una bolla

Charles Dow, esimio fondatore del Wall Street Journal e ideatore dell’indice Dow Jones, durante I suoi vasti studi economici ha teorizzato le fasi una bolla speculativa identificandole in tre fasi principali:

  1. Fase di accumulo: risposta moderata ad un’elevata aspettativa molto spesso dovuto ad un’innovazione tecnologico. Fase caratterizzata da crescita moderata e da aumenti dei volumi. Durante la fase di accumulo gli operatori istituzionali entrano nel mercato.
  2. Bolla speculativa: fase rialzista, anche i medi e piccoli operatori entrano nel mercato. I prezzi si gonfiano. I grandi investitori scalano le loro posizioni
  3. Scoppio della bolla: crollo improvviso del mercato, i grandi investitori ne approfittano per vendere allo scoperto perchè hanno liquidato già la maggior parte delle posizioni, i piccoli e medi investitori non avendo informazioni sufficienti perdono i capitali investiti.

Da quest’ analisi emerge la stranezza della situazione attuale del cryptomercato. Molte volte è stato descritto come un mercato in bolla nonostante non rispetti le fasi appena descritte. Infatti, i grandi attori istituzionali come banche, Sgr e i traders sono intervenuti nel mercato molto lentamente e in maniera tardiva accusando elevate perdite. E’ nel loro interesse cercare di manipolare il prezzo tramite grosse vendite e tramite derivati, al fine di abbassarlo per recuperare i capital gain non conseguiti.

 

 

Jamie Dimon e JP Morgan

Jamie Dimon è il CEO della grande banca di investimento JP Morgan Chase. A fine estate 2017 Dimon è divenuto molto famoso all’interno della community crypto proprio per le sue acerrime dichiarazioni di guerra a tutto ciò che rappresentavano le criptovalute. Né aveva di ogni: le ha definite uno schema Ponzi, una frode, un puzzle di pseudo filosofia e conoscenza tecnica utilizzato per frodare le masse… ed ha continuato a pronunciarsi fino a che il prezzo in continua crescita lo ha obbligato a rivedere la sua posizione. Questo aneddoto risulterebbe abbastanza sterile se non precisassi che JP Morgan, proprio durante la campagna del suo numero uno contro le criptovalute, si prodigava per esporsi sul cryptomarket. Infatti, a causa dell’autorità di Dimon i suoi tweet contro il Bitcoin divennero virali e contribuirono notevolmente al crollo di prezzo di Settembre; Dimon twittava contro Bitcoin facendone abbassare il prezzo e la sua banca nel frattempo comprava i tanto controversi asset.

 

Goldman sachs: anche exchange per crypto

Purtroppo il caso JP Morgan non è rimasto isolato, anche il comportamento della “sorella” Goldman Sachs non è stato dei più trasparenti. Durante uno dei proverbiali crolli del mercato crypto, per la precisione quello di Novembre 2017 durante il quale bitcoin perse il 30% toccando la soglia dei 6000 USD, Goldman Sachs dichiarò tramite la CNBC di essere ancora molto negativa riguardo le criptovalute in quanto, non avendo alcun valore intrinseco, sarebbero crollate a zero. Una posizione discutibile ma pur sempre accettabile da una banca che rappresenta il sistema obsoleto e tradizionale. Anche Goldman Sachs però, in contrasto con le sue stesse dichiarazioni, ha voluto investire nel mercato crypto: a fine Febbraio Circle Internet Financial LTD, una società per pagamenti tramite mobile di propietà di Goldman Sachs ha acquisito il 13° exchange al mondo per il trading di cryptocurrencies, Poloniex. L’exchange in questione è stato comprato per circa 400 milioni di dollari e, a sentire le dichiarazioni di Sean Neville (co-founder Circle), obiettivo di questa acquisizione sarà rendere più friendly il trading di monete virtuali dal cellulare. Ma come? Non stavamo parlando di una bolla e di prodotti ad alto rischio? Se così fosse perché aumentare la facilità con cui i consumatori possono accedere al mercato?

 

Ripple, la “non criptovaluta” per le banche

Nonostante tutte le considerazioni fatte riguardo il pensiero che ha dato vita alle criptovalute, sembra che anche il mondo crypto stesso strizzi l’occhio alle banche e apra le porte del mercato alla vecchia finanza. Questo tacito sviluppo è dovuto agli accordi stretti da Chris Larsen con le banche d’affari. Infatti Larsen, che ha Dicembre era arrivato a possedere un patrimonio stimato superiore ai 50 miliardi, nel 2012 ha lanciato un circuito interbancario finalizzato a aumentare l’efficienza dei trasferimenti di capitali. Per favorire l’uso di questo sistema, Larsen ha rilasciato un coin chiamato Ripple che, a causo di banali manipolazioni del sentimento delle masse, ha avuto un apprezzamento pauroso (ad oggi è già ritornato a vecchi livelli di prezzo perdendo più del 400%). La cosa interessante è che il circuito Ripple per funzionare non necessita del coin di riferimento che, oltretutto, non può definirsi una cripotvaluta poiché difetta di una delle caratteristiche peculiari, l’essere decentralizzata. Infatti la “blockchain” di Ripple è validata da nodi che devono rispondere a determinare presupposti, non ci troviamo quindi di fronte ad una blockchain permissionless come quella di Bitcoin.



 

Conclusioni

La finanza tradizionale si è sicuramente accorta del trend di innovazione che soffia in tutto il settore, gli investimenti sul Fintech quest’anno hanno raggiunto picchi incredibili e la banca di Inghilterra ci assicura che nel 2018 gli investimenti privati verso il settore blockchain raddoppieranno raggiungendo i 400 milion. Che abbia ragione la Bank of America? Sta veramente cambiando un paradigma? D’altronde in 50 anni abbiamo visto almeno 3 sistemi monetari differenti, siamo passati dal gold standard, alla sovranità del dollaro decisa a Bretton Woods per arrivare alla valuta fiat. Forse non sarà un cambiamento che richederà un così lungo periodo.

Vi lascio con una citazione del premio Nobel dell’economia Samuelson che spero farà riflettere i più scettici:

“la moneta, in quanto moneta e non in quanto merce, è voluta non per il suo valore intrinseco, ma per le cose che consente di acquistare”

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